Al 16 ottobre 2026, la domanda se l'economia globale sia entrata in stagflazione non ha una risposta semplice, secondo un'analisi di mercato pubblicata dal team editoriale di Vantage Editorial Team, del broker Vantage Markets. La stagflazione è definita come la compresenza di inflazione elevata, crescita debole e disoccupazione in aumento. L'analisi ha verificato tutte e tre le condizioni sulla base dei dati ufficiali e ha riscontrato che una è soddisfatta, una non lo è e una lo è solo parzialmente.
Il punto di partenza è il World Economic Outlook del Fondo monetario internazionale (IMF) del 13 ottobre 2026, che prevede una crescita globale del 3,1% per il 2026 e un'inflazione globale generale del 4,7%. La previsione di crescita è superiore di 0,1 punti percentuali al 3,0% fissato a luglio, mentre la previsione sull'inflazione è invariata rispetto a luglio. L'IMF ipotizza un prezzo del petrolio di circa 96 dollari al barile nel 2026, tratto dai mercati dei futures, e ipotizza che la navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz riprenda a marzo 2027.
Il Fondo attribuisce inoltre agli investimenti legati all'intelligenza artificiale una parziale compensazione dello shock energetico. Il primo test, quello dell'inflazione elevata, è chiaramente soddisfatto. Il Bureau of Labor Statistics (BLS) degli Stati Uniti ha riportato che i prezzi al consumo sono aumentati del 3,7% nei 12 mesi fino a settembre 2026, rispetto al 3,4% di agosto.
L'inflazione di fondo, che esclude alimentari ed energia, si è attestata al 2,6%. I prezzi della benzina sono saliti del 9,1% solo a settembre su base destagionalizzata e risultano più alti del 34,2% rispetto a un anno prima. Nell'area dell'euro, la stima flash di Eurostat ha collocato l'inflazione annua dei prezzi al consumo al 3,8% a settembre, in aumento dal 3,2%, con i prezzi dell'energia in crescita del 18,8%.
Il Fondo ipotizza per l'area dell'euro un'inflazione del 3,1% per il 2026. Il secondo test, quello della crescita debole, non è soddisfatto. Il Bureau of Economic Analysis statunitense ha stimato nella terza stima la crescita del PIL del secondo trimestre 2026 al 2,2% su base annualizzata, rispetto all'1,5% della seconda stima.
Il modello GDPNow della Federal Reserve Bank of Atlanta indicava una crescita del 3,6% per il trimestre in corso al 15 ottobre. GDPNow è una previsione a breve termine basata su un modello e non rappresenta un dato definitivo. Nell'area dell'euro, Eurostat ha rivisto al rialzo la crescita del PIL del secondo trimestre all'1,2% su base annua, e il Fondo prevede per la regione una crescita dell'1,1% nel 2026.
La crescita globale dovrebbe rallentare dal 3,5% del 2025 al 3,1% del 2026, un rallentamento del ritmo piuttosto che una contrazione, secondo la descrizione dell'analisi. Il terzo test, quello della disoccupazione in aumento, è parzialmente soddisfatto. Secondo il BLS, i datori di lavoro statunitensi hanno creato 29.000 posti di lavoro a settembre 2026.
Il dato di luglio è stato rivisto da +21.000 a -10.000, quello di agosto da +162.000 a +133.000. Il tasso di disoccupazione è salito al 4,2% dal 4,1%, mentre il tasso di partecipazione è cresciuto leggermente fino al 61,8%. Le retribuzioni orarie medie sono aumentate del 3,0% su base annua.
Corrette per l'inflazione, le retribuzioni reali sono diminuite dello 0,7% su base annua, secondo il BLS. L'analisi colloca quindi la pressione sui redditi reali e sulle assunzioni, piuttosto che sulla produzione. L'analisi confronta lo shock energetico attuale con gli anni Settanta.
L'Organizzazione dei Paesi arabi esportatori di petrolio ha avviato un embargo petrolifero contro gli Stati Uniti il 19 ottobre 1973. Secondo la storia ufficiale della Federal Reserve, il prezzo del petrolio è salito da 2,90 dollari al barile a 11,65 dollari nel gennaio 1974. Durante la Great Inflation del 1965-1982, l'inflazione statunitense ha raggiunto il picco vicino al 15% nel marzo 1980, mentre la disoccupazione ha toccato quasi l'11% nella recessione del 1981-1982.
L'analisi conclude che i dati odierni sono molto più bassi di quei livelli, pur segnalando che le differenze strutturali, come l'intensità energetica e le operazioni delle banche centrali, non sono state misurate. Le banche centrali hanno inasprito la politica monetaria in questo periodo. La Federal Reserve ha alzato di 0,25 punti percentuali il range obiettivo per il tasso sui federal funds, portandolo tra il 3,75% e il 4,00%, il 16 settembre 2026, con voto unanime.
Nel comunicato si legge: «L'inflazione resta elevata». Il tasso sui depositi della BCE è al 2,50%, in aumento dal 2,25% dopo la decisione del 16 settembre. La Bank of Japan ha fissato il tasso di politica monetaria a circa l'1,25% il 18 settembre, in aumento dall'1,00%, con voto di sette a due.
Il Fondo raccomanda che la politica monetaria resti «saldamente concentrata sulla stabilità dei prezzi». L'analisi rileva che la politica si è irrigidita mentre l'inflazione è elevata e i dati sull'occupazione si stanno indebolendo. Diverse pubblicazioni nelle prossime settimane incideranno sui tre test.
Tra queste, il PIL cinese del 19 ottobre, la stima anticipata del PIL statunitense del terzo trimestre del 29 ottobre, la decisione della Bank of Japan del 30 ottobre e i dati sulle buste paga statunitensi di ottobre, in programma il 6 novembre. Secondo l'analisi, una lettura più debole del PIL del terzo trimestre, un secondo mese consecutivo di disoccupazione in aumento o una previsione di crescita più bassa del Fondo modificherebbero le valutazioni su crescita e occupazione. Non le modificherebbero, invece, i soli movimenti dei prezzi di mercato.
L'analisi presenta le proprie conclusioni a scopo didattico e non formula alcuna previsione.
Fonte: vantagemarkets.co.uk